La spiaggia di Punta Alice a Cirò Marina: la grande bellezza.

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La Spiaggia Punta Alice di Cirò Marina è situata nella frazione omonima ed è facilmente raggiungibile da Cirò Marina, all’altezza della quale si lascia la SS 106 jonica e si prosegue sulla provinciale per circa 4 chilometri, seguendo poi le indicazioni per Punta Alice. Si tratta di una splendida spiaggia frastagliata, caratterizzata da un litorale ampio e molto lungo, incastonata in un paesaggio dunale con basse colline ricoperte di erbe ed alberi di eucalipto. Il mare che la bagna è bellissimo, cristallino, trasparente e di un azzurrro intenso, con fondali profondi e digradanti. La bellezza di questa costa solitaria è unica e nelle sue vicinanze si trova anche la foce del fiume Neto, di notevole importanza naturalistica in quanto venuta a far parte di un’area umida protetta abitata da aironi ed altre specie di uccelli.

In questa frazione di litorale si incrociano 2 correnti, un punto di forza unico nel suo genere.La spiaggia è riconosciuta dalla FEE (Fondazione per l’Educazione Ambientale) 16 volte Bandiera Blu.

Vi aspettiamo per questo e molto altro ancora a Cirò Marina.

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Allerta rossa meteo: scuole chiuse nel crotonese

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L’allerta meteo rossa diramata dalla Protezione civile ha convinto praticamente tutti i sindaci dei comuni crotonesi a chiudere per la giornata di lunedì 23 gennaio le scuole di ogni ordine e grado. Finora, però, a disporre l’ordine di chiusura sono stati i sindaci di Crotone, Isola Capo Rizzuto, Cirò Marina, Cirò, Verzino, Strongoli, Petilia Policastro, Mesoraca, Cotronei e Roccabernarda, Caccuri, Santa Severina, Melissa e Umbriatico, Scandale.

 

Le crocette Calabresi: ecco la ricetta.

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Le crocette calabresi “e crucette calabrisi” sono un’antichissima ricetta che si tramanda in famiglia. Si chiamano crocette per il modo in cui sono lavorate, incrociate come fosse una piccola croce. All’interno delle crocette si mette frutta secca ma in particolare si usano i gherigli di noci. Una volta cotte in forno caldo vengono spolverate di zucchero e cannella e spruzzate con liquore all’anice. Nei tempi passati i fichi erano i dolci per l’inverno specie per il periodo di Natale e il sostentamento calorico per eccellenza per tutta la famiglia.
Un po’ di storia di come si producevano i fichi in passato. La qualità più adatta è il fico Dottato che all’interno ha i semi piccoli a differenza di altri tipi che hanno i semi grossi. I fichi erano raccolti dagli alberi, quando incominciavano ad appassire e messi ad asciugare, al sole su graticci di canne “ e spasulate” erano girati di tanto in tanto affinché si seccassero da tutte le parti e diventavano fichi bianche ”ficu ianche”. La sera erano coperti per evitare che durante la notte con la rugiada s’inumidissero e si scurissero. Quando erano ben seccati si poteva lavorarli, scelti uno a uno i più belli erano usati per fare le crocette. Ancora oggi chi ha la fortuna di avere delle piante di fichi usa lo stesso procedimento. I fichi sono un alimento che, ancora, si riesce comprare da produttori locali, negli ultimi anni la produzione locale a causa del cambiamento climatico è diminuita e ci si deve accontentare di un prodotto essiccato negli essiccatoi, buono altrettanto ma il profumo dei fichi al sole è molto più intenso!
i fichi, anche se si pensa che hanno tante calorie è un frutto che può essere consunato da tutti grandi e piccoli, non ha coloranti ne conservanti, ha proprietà digestive è una crocetta ha solo 255 Kcl, e allora le crocette calabresi si possono consumare al posto di una merendina.

RICETTA

Le crocette calabresi “e crucette calabrisi”

Ingredienti per 12 crocette

1 kg di fichi (48)
12 noci (70 gr) o (48 mandorle 65gr)
15 gr di zucchero
3 gr cannella in polvere
Liquore all’anice 20 ml
Procedimento

Lavare i fichi e farli asciugare, aprirli in 2 lasciandoli uniti per il picciolo, disporne due a croce, mettere un ¼ di noce su ogni metà.

Metterne uno al contrario in modo da coprire la noce all’interno
e un secondo a formare una croce.

Quando sono pronti lavarli velocemente sotto l’acqua del rubinetto e metterli a sgrondare su una gratella.

Disporli sulla teglia, ancora, umida e cuocerli in forno caldo 220° gradi per 15 minuti finché non sono dorati.

Si possono conservare anche per un anno in vasi di vetro o vaschette di alluminio, a piacere si possono aggiungere bucce di agrumi sbucciate sottili.

Alessandro Pucci

Nuova scuola a Cirò Marina, il Liceo Classico.

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La proposta di riorganizzazione dei Plessi Scolastici di Cirò Marina approvata da questa Amministrazione con delibera di G.C. n. 75 del 2.12.2016, è stata recepita in toto dalla Giunta Regionale con  deliberazione n. 8 del 13 gennaio 2017, la quale ha approvato il Piano della rete scolastica e della Programmazione dell’offerta formativa della Regione Calabria –a.s. 2017/2018.

L’approvazione di questa offerta formativa è un chiaro e tangibile segno che la filiera delle Istituzioni scolastiche di Cirò Marina funziona, un risultato che è frutto di un lavoro costante, condiviso e concertato.

Plauso e compiacimento va alla D.ssa Serafina Rita Anania, Dirigente  dell’Istituto Superiore Statale “Giuseppe Gangale”, per il riconoscimento dell’istituzione del nuovo indirizzo del Liceo Classico a Cirò Marina. L’importante risultato raggiunto costituisce un qualificato ed essenziale tassello  che si inserisce positivamente  nel contesto di uno sviluppo didattico della nostra cittadina, sviluppo che questa Amministrazione intende fortemente perseguire in modo da poter offrire un offerta formativa completa  a tutto il comprensorio.

Fonte: Il Cirotano

 

I capolavori della Calabria: Il mistero dei Bronzi di Riace

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Fu un chimico romano, un sub, a ritrovarli il 16 agosto 1972. A trecento metri dalla costa di Riace, otto metri di profondità, fra Locri e Punta Stilo, Stefano Mariottini vide un braccio, ebbe paura, pensò che si trattasse di un cadavere, tornò a immergersi. Non poteva sapere di essere il protagonista di uno dei più straordinari ritrovamenti archeologici del secolo. Né del mistero che sarebbe seguito. Chi erano quei due ragazzi di bronzo tirati fuori dalle acque cinque giorni dopo dai carabinieri sommozzatori del nucleo di Messina? Da dove provenivano? Chi li aveva creati? Eroi greci? Statue  trafugate e affondate in un naufragio? E gli scudi che imbracciavano? E le lance? Gli elmi? Molte delle domande che sarebbero emerse nei giorni e negli anni seguenti non hanno mai avuto risposta. Ma gli studiosi hanno formulate parecchie ipotesi e a quarantaquattro anni di distanza possiamo elencarle.

I due formidabili bronzi sono due giovani uomini ribattezzati A e B dagli esperti, il Giovane e l’Adulto dai più poetici. Il primo è quello che ha colpito tutti, con i suoi ricci perfettamente definiti, le ciglia, i denti che emergono tra labbra appena dischiuse, gli occhi costituiti da cornee in calcite e iridi perse nei secoli ma ammalianti nella loro assenza. Il secondo è quello che ha colpito gli esperti di statuaria antica con il movimento del busto più plastico e morbido, opera certamente di un artista superiore. E infatti non sono gemelli, i bronzi ribattezzati dal paese di Calabria dove furono portati a riva: Riace. Non furono opera della stessa mano. Chi li immaginò e ne definì i lineamenti creando un modello di cera per farne uno stampo di argilla su cui far colare il bronzo fuso (la cosiddetta fusione a cera persa) furono due artisti di cui oggi sappiamo la provenienza, ma non i nomi.

Poiché l’argilla rimase all’interno dei bronzi fino ai numerosi restauri di questi quarant’anni, sappiamo che furono prodotti ad Argo e ad Atene, nelle botteghe dei migliori artisti dell’antichità, durante il V secolo a. C. Molte sono le ipotesi sugli autori di questi inarrivabili capolavori. Il Giovane testimonia dello stile detto Severo, tra il 480 e il 450 a.C. L’Adulto dello stile Classico, trent’anni più tardi. Secondo alcuni, a creare il Giovane fu Ageladas di Argo, bronzista della Scuola del Peloponneso, mentre l’Adulto fu opera del discepolo più celebre di Ageladas, Policleto, colui che scrisse il Canone, definendo per sempre (soprattutto per gli artisti rinascimentali) le proporzioni geometriche con cui ricreare la bellezza. Secondo altri, il primo fu opera di Fidia, il più straordinario artista  chiamato da Pericle alla realizzazione dell’Acropoli di Atene. E il secondo fu creato da Alcamene, allievo di Fidia, originario di Lemno.

Numerose sono le illustri alternative. Ma chiunque sia stato artefice di queste due meraviglie, quel che sappiamo è ciò che oggi vediamo, ciò che possiamo contemplare, studiosi come comuni osservatori, a partire dalle folli code che sancirono il successo dei due bronzi negli anni Ottanta fino alle nuove, modernissime, installazioni di questi giorni.
Sappiamo che l’atteggiamento altero del Giovane ha fatto pensare ad Agamennone o a Tideo (uno dei membri della famosa spedizione dei Sette contro Tebe). L’Adulto, invece, è più maturo e posato e la calotta che gli copre il capo riproduce una cuffia in cuoio indossata sotto l’elmo dagli strateghi. Si tratterebbe allora di Milziade (il vincitore di Maratona) o forse (mantenendo il parallelo con il Giovane) di un altro dei Sette contro Tebe: Anfiarao. Secondo un’altra ipotesi  invece i due guerrieri sarebbero un greco e un trace. Sappiamo che impugnavano uno scudo nella sinistra e, secondo la maggior parte delle ipotesi, una lancia nella destra, mentre in testa, reclinato all’indietro, come usava nei momenti di riposo, portavano un elmo corinzio.
Dove siano finiti elmo, lancia e scudi nessuno sa dirlo. Si tratta di uno dei misteri che girano attorno ai Bronzi. Alcuni sostengono che siano stati trafugati (ma di essi non si è mai saputo nulla, in nessuna delle inchieste portate avanti in questi decenni). Altri credono che siano andati semplicemente persi nel naufragio. Ma fu vero naufragio? O la nave che li portava se ne sbarazzò quando il pericolo del mare rese il carico insopportabile? Impossibile dare risposta. Il fondale di Riace, esplorato accuratamente solo un anno dopo, non ha restituito nulla.

Dove si dirigevano allora i Bronzi, quando si inabissarono? Molto probabilmente arrivavano dalla Grecia e andavano a Roma o dintorni, nell’epoca in cui i Romani, sedotti dalla bellezza di quel che avevano creato i Greci, cercavano di adornare le loro case con pezzi di un’arte sublime che si sarebbero affannati a riprodurre in copie di marmo. Copie che hanno fatto la nostra fortuna di amanti e ammiratori tardivi. I bronzi greci, infatti, costosi, magnifici e unici, benché all’epoca innumerevoli (se ne contavano a migliaia), sono arrivati a noi solo attraverso le riproduzioni in marmo, fuorché per quel centinaio (in gran parte salvato dalle acque) che fu sottratto per necessità alla furia delle epoche posteriori. Epoche in cui l’ignoranza di tanta bellezza spinse a fondere il bronzo per ricavarne tutto fuorché arte (soprattutto armi).

Nei bronzi noi oggi possiamo ammirare – seguendo le informazioni degli studiosi (raccolte con ottima bibliografia da Alberto Angela, I Bronzi di Riace. L’avventura di due eroi restituiti dal mare, Rizzoli, pp. 177, euro 15) – l’abilità di artisti che inserivano laminelle di rame sfrangiate per creare le ciglia o le labbra forgiate sempre in rame, quasi puro, per dar loro il colore rosato. Possiamo ammirare le vene, i riccioli posticci, lo scroto dietro cui si intuisce la forma dei testicoli.

Tutto quel che solo i grandi artisti greci del V secolo avanti Cristo seppero ricreare sull’osservazione del corpo umano.  Compresi i membri maschili, da molti considerati con sorpresa eccessivamente piccoli. Ma i tempi erano diversi. Per i greci il membro lungo e grosso definiva un uomo volgare, selvaggio, in generale barbaro. Il bello era altra cosa. Come scrisse Aristofane nelle Nuvole: «Petto sano, spalle larghe, lingua corta, glutei forti e membro piccolo»

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La bellezza dell’uomo greco era eleganza. L’eleganza era ciò che traluceva attraverso il comportamento e il portamento. Ossia la virtù e la profondità dell’animo. Bellezza e bontà. La kalokagathia. Niente in comune, quindi, con quello a cui la chirurgia plastica dell’omologazione che domina i nostri giorni ci sta educando.

La Repubblica

Natale in Calabria: Il grano cotto di Santa Lucia

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E’ grande in Calabria la devozione popolare per Santa Lucia, la Santa della luce. Non a caso si festeggia il 13 dicembre, il giorno più corto dell’anno, e fa parte fa parte dei rituali dell’Avvento in attesa del Natale, il giorno della nascita di Gesù Luce del mondo.

In molti paesi del Crotonese e del Cosentino in suo onore viene accesa la fhocara, un grande falò, e si prepara ‘u ranu e Santa Lucia, un delizioso piatto a base di grano cotto e vino cotto o miele di fichi.

Il procedimento è un po’ lungo ma semplice: lavate il grano decorticato e mettetelo a bagno in acqua fredda per 24 ore, rinnovando l’acqua per 2-3 volte. Scolatelo, mettetelo in una pentola, con un paio di litri di acqua, un pizzico di sale e portate a ebollizione. Fate cuocere a fiamma bassa per circa 3 ore, mescolando spesso e una volta raffreddato, aggiungete gli altri ingredienti.

In Calabria era di rito preparare il grano cotto il 12 dicembre per consumarlo in famiglia e donarne ai vicini il 13, per buon augurio e per invocare la protezione di Santa Lucia.

La martire cristiana visse a Siracusa intorno al IV secolo e, ispirata dall’apparizione di Sant’Agata, dedicò la sua vita ai poveri. Rinunciò al fidanzamento con un giovane del luogo e per questo venne denunciata e perseguitata per anni, sotto l’imperatore Diocleziano.

Lucia subì le più crudeli torture ma ribadì sempre la sua fede, e fu condannata a morte. Prima dell’esecuzione predisse a Diocleziano la morte e la fine delle persecuzioni entro pochi anni.

Santa Lucia è la Santa della luce e la protettrice della vista, raffigurata con una corona di candele (che indossava perché andava a trovare i poveri nelle catacombe), oppure con in mano un vassoio sul quale sono posati due occhi (donati ad un giovane che glieli aveva chiesti e che le erano ricresciuti più belli di prima).

Leggenda vuole che in tempo di carestia a Siracusa, la sua città, Santa Lucia lacrimò grano, o, secondo un’altra versione, fece apparire miracolosamente navi cariche di grano. Il popolo affamato non perse tempo a preparare il pane e mangiò il grano dopo averlo semplicemente bollito, salvandosi così da morte certa.

Da quel giorno per ringraziare la santa, ogni anno i siciliani e i calabresi, preparano il grano cotto che, col tempo, si è poi arricchito di altri ingredienti.

Tanti però sono i riti e le tradizioni dedicate a Santa Lucia, non solo in Calabria e in Sicilia, dove il grano cotto si chiama cuccia ed è arricchito di cioccolato, ricotta e canditi, ma anche nel resto d’Italia e nel Nord Europa: in Veneto, Friuli, Emilia Romagna e Trentino così come in Svezia e Danimarca i bambini le scrivono una letterina, lasciano del cibo sulla finestra per lei e attendono i suoi doni la notte del 13 dicembre.

In Svezia è tradizione che le ragazze al mattino indossino una coroncina verde con sette candeline e, cantando, portino dolci ai genitori.

Pr.

Cirò Marina: L’ antica Krimisa

Krimisa (detta anche Crimisa, Crimissa o Cremissa) era una piccola città antica della Magna Grecia risalente probabilmente al VII secolo a.C., situata in Calabria nell’area di Punta Alice. Abitata da gente indigena mista a Greci, essa “… non rappresentò mai una parte significante nelle vicende politiche della regione” (Paolo Orsi).

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Origine e mito

Secondo alcuni racconti mitici, non sempre univoci e coerenti, narrati da Strabone, Apollodoro, Licofrone, Pseudo Aristotele, l’eroe greco Filottete, reduce dalla guerra di Troia (che figura nel II canto dell’Iliade), era giunto in questi luoghi esule da Melibea, con dei Rodii guidati da Tlepolemo e vi aveva fondato le città di Krimissa, Petelia, Macalla e Chone.

Nella zona tra Sibari e Crotone colonizzò, quindi, il promontorio di Crimissa e vi fondò la città cui diede lo stesso nome. Topograficamente Krimisa è identificata dagli archeologi con l’odierna Cirò Superiore.

Alla luce delle cospicue evidenze archeologiche emerse, il centro abitativo e l’area monumentale più antica era situata in Cirò Superiore, nella contrada “Cozzo Leone”, mentre l’area necropolare era posta nella zona di “S. Elia”, adiacente all’attuale abitato di Cirò.

In età classica la città si estese lungo le colline prospicienti i colli, con insediamenti sparsi di fattorie, sino poi a raggiungere, verosimilmente, l’area pianeggiante vicina all’attuale città di Cirò Marina.

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Filottete avrebbe fondato anche le città di Petelia (odierna Strongoli), di Macalla (identificata con l’odierna zona di Murge-Strongoli) e di Chone, identificata con l’area territoriale in cui sorge il paese di Pallagorio (contrada “Cona”). Inoltre aveva dedicato un santuario ad Apollo Aleo, dove avrebbe deposto l’arco e le frecce ricevute in dono da Eracle. Successivamente, accorso in aiuto dei suoi amici Rodii, sarebbe morto combattendo contro barbari indigeni. Sulla sua tomba eretta presso il fiume Sibari, o secondo un’altra versione della leggenda, eretta a Macalla, sarebbe stato successivamente edificato un tempio dove egli veniva onorato con dei sacrifici.

Dati storici

Il sito risale – dai dati archeologici rilevati – al VII secolo a.C.
In età classica Krimisa era profondamente ellenizzata e lo restò fino in epoca romana.

Area storica

Anche se l’identificazione non la si può ancora dare per certa, alla luce dei cospicui rinvenimenti archeologici, la maggior parte degli studiosi sono più propensi a credere che la città arcaica sorgesse nell’odierna Cirò Superiore e che si sarebbe poi estesa, in età classica, sino a Punta Alice, nei pressi dell’attuale Cirò Marina.

Resti archeologici

Nell’area dove si presume si trovasse l’antica città di Krimisa operò per diverso tempo il celebre archeologo italiano Paolo Orsi, che vi fece diversi ritrovamenti nel corso degli scavi eseguiti fra il 1924 e il 1929.
Seppure scarsi, i resti e i rinvenimenti riconducono inequivocabilmente a quelli del santuario dedicato ad Apollo Aleo. Dell’edificio del tempio, che era in stile dorico, è documentata:

una prima fase arcaica, seppure con evidenze molto scarse, risalente al VI secolo a.C.;
una seconda fase, testimoniata soprattutto da terrecotte architettoniche, datata dalla metà del V secolo a.C. fino a tutto il IV secolo a.C.
Ritrovamenti archeologici e Musei Modifica

Nel Museo Civico Archeologico di Cirò Marina situato nell’ottocentesco Palazzo Porti e nel Castello Sabatini, sono esposti diversi reperti rinvenuti nell’area del santuario di Apollo Aleo: un capitello, elementi architettonici, una maschera di terracotta, un piedistallo, frammenti di una statua in bronzo, frammenti di una parrucca in bronzo, monete di bronzo, statuine, ecc.

Nel Museo Archeologico Nazionale di Crotone vi è una sezione dove sono esposti i ritrovamenti del santuario di Apollo Aleo a Cirò Punta Alice: alcuni capitelli dorici del tempio, un’antefissa a disco con Gorgone proveniente dall’acroterio, delle terrecotte votive; una matrice di antefissa, e frammenti di statuetta arcaica di un giovinetto in pietra calcarea. Non mancano didascalie che illustrano il sito e foto del famoso acrolito.

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Nel Museo Nazionale della Magna Grecia invece sono conservati i materiali più preziosi:

la stupenda testa, le mani e i piedi in marmo di una statua raffigurante Apollo: si tratta di un acrolito (cioè di una statua della quale sono realizzati in marmo solo la testa e gli arti, mentre il corpo era in legno o semplicemente un’impalcatura poi rivestita di tutto punto); la testa, che mostra influssi fidiaci, è realizzata in marmo bianco e presenta dei fori intorno alla fronte che mantenevano originariamente una parrucca in bronzo o una corona metallica. È datata al 440 a.C.

Alessandro Pucci